Oct
18
2009

Il viaggio di Ariel

Si chiama – si fa chiamare – Ariel de la Ruta. Da diciassette anni (da quando, cioé, la moglie incinta di due gemelle e il figlio di un anno morirono in un incidente d’auto), va in giro per il Cile in bicicletta, fermandosi solo per dormire e per mangiare, quel poco: pane e acqua e, a volte, salmone e serpenti. Fino al ’92 lavorava nella salmonera di Puerto Williams, ma la lascio per imbarcarsi in quella vita assurda: per 69 volte ha fatto il giro del Cile, ha cambiato 40 biciclette ed è stato vittima di ottanta incidenti. All’inizio pesava 125 chili, adesso arriva a stento a 50, meno di un terzo del peso del suo bagaglio. E’ un tipo scuro e secco e tutto nervi, con un sorriso buono e l’espressione stranita. Nelle strade che percorre lo conoscono in molti: gli regalano cibo, lo aiutano con la bici, quando si rompe. Fuma otto sigarette al giorno e gli dispiace ma, spiega, tutti i grandi sportivi hanno qualche vizio, ce ne è perfino qualcuno che si dopa. “Per me la bicicletta è la mia donna”, dice. “Non mi soddisfa nell’amore, però mi fa viaggiare e conoscere”.

Oct
14
2009

Pelé della politica

Lo hanno accolto cantandogli Cidade Maravilhosa e non erano gente qualunque, ma i suoi funzionari. Era appena rientrato in Brasile dopo avere ottenuto per il suo Paese la sede dei giochi olimpici, con il carisma rafforzato da quell’ennesimo riconoscimento che si aggiungeva a conquiste come la crescita del Brasile e il fatto di avere strappato milioni di persone alla povertà. Lula una icona pop? Il Pelé della politica, lo chiamano. La sua autorevolezza è assoluta, il suo consenso altissimo. E’ uno che si permette di dire a Gordon Brown che a causare la deblacle finanziaria mondiale sono stati bianchi con gli occhi azzurri. Il prossimo gennaio uscirà nelle sale il film “Lula hijo de Brasil”, che racconta la sua storia di povertà e riscatto, e la trafila che lo portò, negli anni, alla politica e alla presidenza. Il film ha ricevuto il più alto finanziamento mai concesso a un film nazionale. “Il Brasile è passato da Paese di secondo piano a Paese di primo, e oggi cominciamo a ricevere il rispetto che meritiamo”, ha detto il presidente. “Potrei morire adesso, e sarebbe già valsa la pena”.

Oct
5
2009

Cambia l’esercito

Sull’ultimo numero della rivista Poder è uscito un illuminante articolo sull’esercito cileno: come è cambiato, dai tempi di Pinochet, diventanto non solo il più efficiente e moderno del Sudamerica ma anche indipendente dai giochi politici, e relativamente spoliticizzato (per onestà intellettuale l’autore, Ascanio Cavallo, ammette però che sarebbe ingenuo pensare che le alte sfere difettino di opinioni politiche, dato che molti di loro continuano a essere cooptati dalla destra).
Sta di fatto che quell’esercito è cambiato, scrive Cavallo, che si è snellito e flessibilizzato e, spostandosi su un fronte meno tecnico, è diventato per i cileni una istituzione credibile. Secondo uno studio BrandAsset del 2009, della società TThe Lab Y&R, le tre branche delle Forze Armate si collocano ai primi posti, per credibilità, tra le istituzioni cilene. Prima ancora della Chiesa Cattolica e di quella Evangelica.
Le cause del cambiamento (o trasformazione come preferisce definirlo l’autore)? La fine della Guerra Fredda e la necessità di inserirsi (e quindi di adeguarsi) a un contesto globale, e il mutamento delle relazioni con l’Argentina che hanno “limitato” il cosiddetto campo di battaglia.

A causa di queste, sono mutate la “dottrina operazionale” e la organizzazione delle forze, il sistema di acquisizione delle armi e le regole della coscrizione, passata da obbligatoria a volontaria. Ma soprattutto, l’esercito si sarebbe trasformato, da istituzione poco prestigiosa a meccanismo credibile.
La cosa più interessante, e oggettiva e certa rispetto a quanto detto sopra, è che la Bachelet ha annunciato l’approvazione a breve di una misura salutare: e cioé che l’esercito cileno non verrà più finanziato con il dieci per cento dei proventi del rame. Firmata e inviata al Congresso i primi di settembre, la legge metterebbe fine alla misura approvata dall’ex dittatore durante il regime.

Oct
3
2009

Il sindaco buono e la città che cambia

Oggi, tre ottobre, centinaia di volontari in Colombia si dedicheranno all’azione meritoria di raccogliere le firme necessarie per la candidatura alle prossime presidenziali di Sergio Fajardo (per il movimento Compromiso Ciudadano), l’ex sindaco di Medellin passato alla storia come l’autore del miracolo paisa, e cioé della trasformazione di quella città, prima di lui una delle più pericolose al mondo, in un centro relativamente sicuro e dinamico, pieno di gente attiva e, in apparenza, quasi vuoto di delinquenti, paracos e narcos.
“Stiamo costruendo un progetto che restituisca decenza e dignità alla politica e nella quale ciascuno di noi sia protagonista…..ci manca l’ultimo sforzo per garantire l’iscrizione di una candidatura civica e indipendente. Facci compagnia questo sabato, e porta i tuoi amici e familiari”. Fajardo è stato un sindaco coraggioso e pulito, senza scheletri negli armadi. Sarebbe probabilmente, peccato non abbia chance, un presidente con le stesse caratteristiche. Ma non è vero che il miracolo paisa, la trasformazione di Medellin, si deve solo a lui. La città è cambiata (o meglio, Fajardo ha avuto una certa mano libera nel cambiarla) perché il molto discusso accordo firmato tra governo e paramilitari aveva, per qualche anno, comportato una sorta di pace in cui il giovane (ed elegante, e colto e brillante sindaco) si era potuto muovere con relativo agio. Non è durato molto, in realtà, e i numeri della delinquenza stanno tornando ai vecchi indici, dietro la bella facciata dei quartieri rimessi a nuovo e delle biblioteche per tutti. Alla morgue di Medellin spiegano che i morti ammazzati sono trenta al giorno, e che nessun quartiere è ormai più un’isola felice, nemmeno il Poblado, il più elegante e sicuro. In città riprende la guerra tra bande, non più cartelli, per il controllo del narcotraffico, dopo che il superboss Don Berna è stato estradato negli States, lasciando il campo vuoto. Ma Medellin è diventata così vivace a allegra che, da fuori, di tutto questo è difficile accorgersi.

Sep
30
2009

Gli Indigeni e il Ministero

L’iniziativa era sicuramente ispirata da intenzioni lodevoli ma è diventata una patata bollente per la presidente cilena Michelle Bachelet, a causa dell’opposizione di quegli stessi che intendeva, probabilmente, beneficiare. Lunedi scorso la Mandataria ha infatti firmato, e inviato al Congresso, una proposta di legge in cui proponeva l’istituzione di un Ministero per gli Affari Indigeni: un complicato meccanismo che dovrebbe comprendere una Agencia de Desarrollo Indigena (al posto della attuale Conadi, che avrebbe perso di credibilità a causa delle frequenti accuse di clientelismo e irregolarità nella consegna delle terre), un ministero vero e proprio e una segreteria. Un Consejo de Pueblos Indigena sostituirebbe il Consejo de Conadi, sarebbe consultivo e risolutivo e ne farebbero parte 44 membri di otto etnie, eletti dal popolo. Tutto perfetto, in apparenza. Ma qualcosa non ha funzionato, visto che i popoli indigeni si sono opposti al progetto dichiarandolo in contrasto con una legge che prevede, in soldoni, che iniziative del genere debbano essere approvate dalla parte in causa, vale a dire dagli stessi indigeni.

Probabilmente non basta un gesto dell’ultima ora per ricomporre gli inesistenti o incrinati rapporti (a seconda dei casi) tra popoli indigeni e governi cileni, nessuno dei quali (a partire da quelli della Concertazione) ha mai seriamente affrontato quella vecchia e sempre attuale grana che è il problema Mapuche. Sta di fatto che gli indigeni si oppongono, che i dirigenti dei gruppi etnici accusano l’iniziativa di illegalità per violazione della Legge Internazionale del Lavoro sui Popoli Indigeni, e il consigliere aymara de la Conadi, Zenón Alarcón, arriva a lamentarsi, con amarezza, che “Le cose si costruiscono con un dialogo aperto e fraterno, senza imposizioni”. José Naín, rappresentante delle comunità mapuche di Galvarino, ha sintetizzato la faccenda in questo modo: “Non servono a niente ministeri o sottosegratariati se non c’è una reale volontà politica e la sensibilità dello Stato per risolvere il tema indigeno”.