Caracas: psicosi e paure

Non voglio entrare nella polemica su Caracas tra Gennaro Carotenuto ed Ettore Mo. La mia è solo una opinione, o meglio una sensazione. Sono appena rientrata da Caracas, dove ho trascorso sei giorni per lavoro (insufficienti, è ovvio, capire una città così grande e complicata). Per sei giorni sono andata in giro un po’ ovunque (e cioé non solo ad Altamira e nelle zone considerate “sicure”), in autobus, in metro e in taxi, e non mi è in effetti successo niente. Nessuno mi ha assaltato, né rapito. Ma è vero che non mi è successo niente nemmeno a Rio, a Città del Messico, a Bogotà, a Medellin, che non per questo diventano meno pericolose.
L’impunità non è, di per sé, un buon indicatore. Nemmeno la paura lo è. E io, lo confesso, non ho mai avuto paura come a Caracas. Una costante, incontrollata sensazione di pericolo. Sarà l’età (più si va avanti con gli anni, più si è consapevoli di far parte del calcolo delle probabilità). O sarà il fatto che, delle decine di persone con cui ho parlato e che ho intervistato (chavisti e antichavisti, ricchi e poveri), non ce ne è stata una che non mi abbia avvertito dei pericoli della capitale, del rischio continuo di assalti, sequestri e omicidi, della violenza diffusa e per lo più impunita. I numeri parlano di Caracas come della città più violenta dell’America Latina, ma i numeri sull’AmLat non sono, in genere, affidabilissimi. E a me resta il dubbio di essermi lasciata contagiare dalla psicosi, e la curiosità di sapere quanto questa fosse fondata.

Peccati mortali

Il transessuale Zuliana Araya (e presidente del sindacato Afrodita, che riunisce i lavoratori transessuali di Valaparaiso), si è candidato come consigliere alle prossime elezioni amministrative per la città di Vina del mar, correndo con il Ppd. Succede anche in Cile, dove lo scandalo è un pochino più grande che altrove, e i soliti della Udi hanno gridato al peccato mortale. “Dio ha creato soltanto l’uomo e la donna”, ha tuonato quel campione di liberalità di Jaime Barrientos, e subito Zuliana, che si candida con il suo nome da uomo, Enrique, ha ribattuto: “Il peccato è che si paghi per un aborto che loro (quelli della Udi) hanno fomentato negando la pillola del giorno dopo”.

Attenti all’alcol

L’alcolismo è la principale causa di morte in Cile. Lo ha rivelato uno studio del Ministero della Salute. La gente muore di cirrosi ma anche per incidenti legati all’abuso di alcol, e per una serie di malattie e disturbi che nascono dall’eccessivo consumo di vino e superalcolici. La ministra della Salute Maria Soledad Barria ha dichiarato che la lotta all’alcolismo sarà una delle sfide dei prossimi anni, nel frattempo si prepara una legge che limita la pubblicità degli alcolici. Secondo la Barria l’idea è quella di “slegare” l’alcol dalle cose divertenti della vita, specialmente in fasce orarie in cui i ragazzini guardano la televisione.

La doble cara

Un giovane regista di questi che fanno i film con pochi mezzi, in pochi giorni e poi raccattano premi (minori, ma non sempre), nei festival internazionali. “Siamo inglesi, non siamo latini. Noi cileni, intendo”. Dico: “Non è vero. Siete molto accoglienti. Siete latini”. “Accoglienti?”, ribatte il ragazzo. “Siamo freddi, introversi. Non siamo sani”. E io: “Introspettivi,  più che introversi. Non è una brutta cosa”. “Voi”, dice il regista. “Gli italiani, esternate tutto. Vivete meglio”. Scuoto la testa con forza: “Troppo, esterniamo troppo. Manchiamo di indipendenza, viviamo in gruppo. Che cosa c’è di bello?”. Ora, io penso che i cileni siano in generale freddi, introversi e poco sani, e sei mesi fa avrei dato ragione al ragazzo. Ma deve essere subentrata, in me, una sorta di cilenizzazione strisciante: non dico più quello che penso. “La doble cara”, dice il ragazzo. “Questo schifo della doble cara. Diciamo il contrario di quello che pensiamo”. Io lo interrompo: “Polite”, dico. “Siete solo polite, educati”. Penso, mentre mi allontano, a tutte le teorie sull’adattamento all’ambiente che ho letto nella mia vita e mi chiedo se sia ancora in tempo a salvarmi.