Caracas: psicosi e paure

Non voglio entrare nella polemica su Caracas tra Gennaro Carotenuto ed Ettore Mo. La mia è solo una opinione, o meglio una sensazione. Sono appena rientrata da Caracas, dove ho trascorso sei giorni per lavoro (insufficienti, è ovvio, capire una città così grande e complicata). Per sei giorni sono andata in giro un po’ ovunque (e cioé non solo ad Altamira e nelle zone considerate “sicure”), in autobus, in metro e in taxi, e non mi è in effetti successo niente. Nessuno mi ha assaltato, né rapito. Ma è vero che non mi è successo niente nemmeno a Rio, a Città del Messico, a Bogotà, a Medellin, che non per questo diventano meno pericolose.
L’impunità non è, di per sé, un buon indicatore. Nemmeno la paura lo è. E io, lo confesso, non ho mai avuto paura come a Caracas. Una costante, incontrollata sensazione di pericolo. Sarà l’età (più si va avanti con gli anni, più si è consapevoli di far parte del calcolo delle probabilità). O sarà il fatto che, delle decine di persone con cui ho parlato e che ho intervistato (chavisti e antichavisti, ricchi e poveri), non ce ne è stata una che non mi abbia avvertito dei pericoli della capitale, del rischio continuo di assalti, sequestri e omicidi, della violenza diffusa e per lo più impunita. I numeri parlano di Caracas come della città più violenta dell’America Latina, ma i numeri sull’AmLat non sono, in genere, affidabilissimi. E a me resta il dubbio di essermi lasciata contagiare dalla psicosi, e la curiosità di sapere quanto questa fosse fondata.