La doble cara

Un giovane regista di questi che fanno i film con pochi mezzi, in pochi giorni e poi raccattano premi (minori, ma non sempre), nei festival internazionali. “Siamo inglesi, non siamo latini. Noi cileni, intendo”. Dico: “Non è vero. Siete molto accoglienti. Siete latini”. “Accoglienti?”, ribatte il ragazzo. “Siamo freddi, introversi. Non siamo sani”. E io: “Introspettivi,  più che introversi. Non è una brutta cosa”. “Voi”, dice il regista. “Gli italiani, esternate tutto. Vivete meglio”. Scuoto la testa con forza: “Troppo, esterniamo troppo. Manchiamo di indipendenza, viviamo in gruppo. Che cosa c’è di bello?”. Ora, io penso che i cileni siano in generale freddi, introversi e poco sani, e sei mesi fa avrei dato ragione al ragazzo. Ma deve essere subentrata, in me, una sorta di cilenizzazione strisciante: non dico più quello che penso. “La doble cara”, dice il ragazzo. “Questo schifo della doble cara. Diciamo il contrario di quello che pensiamo”. Io lo interrompo: “Polite”, dico. “Siete solo polite, educati”. Penso, mentre mi allontano, a tutte le teorie sull’adattamento all’ambiente che ho letto nella mia vita e mi chiedo se sia ancora in tempo a salvarmi.