Tutti a destra

La destra ha vinto. Santiago adesso ha un sindaco Udi, e La Florida un sindaco socialista. E’ l’attore Jorge Gerardo, popolarissimo in Cile per la sitcom Los venegas, la più antica del Paese. Da otto anni La Florida era in mano alla Udi, nessuno si aspettava la vittoria di Gerardo. Il personaggio più luminoso di queste elezioni è stato però Leonardo Farkas (nella foto), magnate delle miniere e milionario dai riccioli d’oro, che non si è candidato ma pensa di farlo, forse, alle prossime presidenziali. Ha 40 anni e non piace alla gente per i suoi modi ostentosi. Al seggio di Las Condes, dove votava, è arrivato in limousine e pretendeva di votare con la sua stilo d’oro, ma invece ha dovuto farlo con la matita d’ordinanza, come tutti gli altri. Su facebook, un gruppo di fan ha cominciato una campagna per favorire la sua campagna presidenziale, si chiama www.farkas2010.com, l’obiettivo è mettere insieme 50.000 persone in 60 giorni per presentarlo come candidato indipendente.
Miracolo a Yumbel, recita un titolo, hanno eletto un umanista ad alcalde. A Pedro Aguirre Cerda vince una comunista per la prima volta dalla fine della dittatura, si chiama Claudina Nunez Jimenez. A Huachuraba, viene rieletta Carolina Plaza, bionda e grassoccia alcaldesa dai capelli lisci che la stampa, chissà perché, chiama la Lady Diana di Huechuraba. Carolina ha la faccia tonda e il naso a becco, ma è bionda e fa furori.

La stella dell’Audax

I due ragazzi della portineria mi hanno bloccato, due giorni fa, mentre uscivo dal mio palazzo. “Lei tifa per il Cile o per l’Argentina?”, mi hanno chiesto. “Per il Cile, è ovvio”, ho detto subito. “Ma non illudiamoci. Sarebbe la prima volta nella storia del football che il Cile vince con l’Argentina”. Manco a dirlo. Un’ora dopo la nazionale cilena ha segnato il goal della vittoria. Ero seduta al ristorante Liguria con degli amici quando un boato ha fatto, letteralmente, tremare la strada, e non c’è stato più verso di ordinare niente ai camerieri inchiodati, increduli, allo schermo in cui undici ragazzi impazziti correvano esultando.

L’autore del goal si chiama Fabian Ariel Orellana Valenzuela e ha le dimensioni di un fantino, altezza 1,69 per 65 chili di peso, ma tecnica eccellente e inoltre è veloce. Ha 22 anni e una figlia di pochi mesi. Gioca nell’Audax italiano e da qualche giorno è una stella. I suoi compagni di squadra giurano che, a questo punto, può giocare in qualunque squadra europea. Di certo c’è che non avevo mai visto i cileni così animati, mai erano stati così poco apocados (letteralmente che si sentono poca cosa) come dopo questa vittoria sulla rivale di sempre, quella Argentina in cui, per tradizione, tutto è più bello, perfino le donne, le città e il calcio.

Il generale e i suoi crimini

Sergio Arellano Stark, 88 anni, generale in ritiro, è stato condannato ieri a sei anni di prigione dalla Corte Suprema, la prima sentenza definitiva che riceve il vecchio ufficiale, uno dei personaggi più temuti dei tempi della dittatura, dei più efferati e crudeli, e dei più amati dal dittatore. Motivo della condanna è l’omicidio di quattro membri del Partito Socialista, fucilati il 2 ottobre del 1973 nell’ambito di un’operazione tristemente famosa, la Caravana de la Muerte. Fu Arellano a ordinare l’esecuzione, e per questo gli hanno dato sei anni. “La decisione è straordinariamente ingiusta”, si è indignato il difensore, e nipote, del vecchio ex generale, aggiungendo una frase sibillina. “E’ evidente che quando si decide una condanna contro una persona di 88 anni per fatti avvenuti 35 anni fa, chi la riceve non è in condizioni di accettarla adeguatamente”. Arellano, che ha fatto fuori nel corso dell’operazione Caravana all’incirca 72 poveracci, fu nominato da Pinochet e da lui incaricato, subito dopo il golpe, “di uniformare i criteri sull’amministrazione della giustizia per i prigionieri politici”. Era a capo della comitiva andò in giro per tutto il Paese per stanare, e ammazzare, un bel po’ di oppositori. Fu premiato a quel tempo per le sue prodezze ma adesso la Corte lo ha condannato, la 37a condanna che commina su questioni di diritti umani dal 2005, la decima in quest’ultimo anno.

In ricordo del no

A vent’anni dal referendum che decretò la fine del regime di Pinochet, il Cile ricorda la cosiddetta giornata del No che, il 5 ottobre del 1988, cambiò le sorti del Paese dando il via libera alla democrazia. I quattro capi di Stato della Concertazione che hanno guidato il Paese negli ultimi diciassette anni hanno parlato oggi nello Stadio Nazionale davanti a migliaia di persone. Giornalisti e scrittori hanno raccontato, sui media, il loro personale ricordo di quella giornata e i fotografi che lo coprirono l’hanno riassunta sulle pagine di ieri di Sabado, il settimanale del Mercurio, che pubblica anche le loro foto più emblematiche: quella, per esempio, di un ragazzo con basette e capelli lunghi che, istintivamente, abbraccia un militare, non appena vengono ufficializzati i risultati del referendum.

Ricardo Lagos approfitta della ricorrenza per rilasciare una lunga intervista a Carlos Pena, sul Mercurio, in cui dichiara che non si candiderà alle presidenziali. “Ci sono molti modi di servire il Paese”, spiega. “E io farò quello che sto facendo: aiutare i candidati”. E ha aggiunto, tra le altre cose: “Abbiamo cambiato il Cile, adesso dobbiamo cambiare noi stessi…..questo è lo sforzo che dobbiamo fare adesso: capire quale è il Cile che abbiamo davanti agli occhi e cambiare”.