Il viaggio di Ariel

Si chiama – si fa chiamare – Ariel de la Ruta. Da diciassette anni (da quando, cioé, la moglie incinta di due gemelle e il figlio di un anno morirono in un incidente d’auto), va in giro per il Cile in bicicletta, fermandosi solo per dormire e per mangiare, quel poco: pane e acqua e, a volte, salmone e serpenti. Fino al ’92 lavorava nella salmonera di Puerto Williams, ma la lascio per imbarcarsi in quella vita assurda: per 69 volte ha fatto il giro del Cile, ha cambiato 40 biciclette ed è stato vittima di ottanta incidenti. All’inizio pesava 125 chili, adesso arriva a stento a 50, meno di un terzo del peso del suo bagaglio. E’ un tipo scuro e secco e tutto nervi, con un sorriso buono e l’espressione stranita. Nelle strade che percorre lo conoscono in molti: gli regalano cibo, lo aiutano con la bici, quando si rompe. Fuma otto sigarette al giorno e gli dispiace ma, spiega, tutti i grandi sportivi hanno qualche vizio, ce ne è perfino qualcuno che si dopa. “Per me la bicicletta è la mia donna”, dice. “Non mi soddisfa nell’amore, però mi fa viaggiare e conoscere”.